In vista di questo saluto ero alla ricerca di uno spunto sul tema del convegno, le società pubbliche, e ho trovato un tweet.

È di Umberto Fantigrossi, presidente dell’Unione nazionale degli avvocati amministrativisti, che lo scrive però in veste di cittadino.

Riporta una notizia: “Ferrovie dello Stato distribuisce dividendi per 150 milioni.

L’Assemblea degli azionisti di Ferrovie dello Stato italiane ha deliberato la distribuzione all’azionista Ministero dell’economia di un dividendo di 150 milioni di euro”.

Il commento di Umberto Fantigrossi è semplicemente questo: “meno utili e più qualità”.

Strana cosa: una società deve fare meno utili perché non serve per fare utili, serve per dare qualità al servizio.

Forse in considerazioni come queste sta il punto cruciale: capire che società sono mai queste, come obiettivi e quindi come disciplina.

Se le società pubbliche servono all’ente pubblico socio per il diretto conseguimento dei suoi fini pubblici, tendono ad essere della società finte, che non hanno un reale significato come società commerciali.

Ma allora a che serve la forma societaria?

Se sono società più vere che finte, allora sono portatrici di logiche diverse rispetto agli enti pubblici che vi partecipano.

Ma allora si può temere che finiscano per sottrarre l’ente pubblico a quella disciplina pubblicistica cui non può sottrarsi, e che va dal regime degli affidamenti a quella dell’assunzione del personale.

È in questo dilemma, tra società più o meno vere e più o meno finte, che sta il mio saluto.

Stefano Bigolaro

 

*Dall’indirizzo di saluto al convegno “Le società pubbliche: prospettive operative, elasticità dei modelli e responsabilità”, organizzato dall’Università degli studi di Padova, Scuola di giurisprudenza e dall’Associazione veneta degli avvocati amministrativisti, e svoltosi l’11 maggio 2018 presso l’Archivio Antico del Palazzo del Bo in Padova

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