La vanità e le note “foreste”

Leggo l’invito di Ivone Cacciavillani ai giovani annotatori di sentenze, perché si spingano senza timore al quarto grado. Quello dell’annotazione, anche caustica, delle sentenze.

La perorazione del Confratello e del Collega (sono stato anch’io nella Commissione Guicciardi) è giusta nei contenuti; è elevata nei propositi; è nobile nello spirito. Come a lui si confà.

Ma, ahimè, è sbagliata nelle conclusioni.

Non volermene, Ivone: quella chiusa, quel rincuorare i giovani critici e quell’invitarli a non darsi pena del malanimo che una nota troppo salace potrebbe suscitare non valgono più.

Tu e io siamo di un’altra scuola. Quella di quando il Giudice si adombrava se l’esito del suo lavoro non veniva apprezzato o, peggio, contestato.

Come erano ammirevoli quegli schietti Magistrati che non dissimulavano la stizza e che replicavano alla nota acre con perfide sentenze!

Costoro accettavano il confronto o, per meglio dire, la battaglia: scendevano in campo senza timore d’inzaccherare l’armatura.

Caro Ivone, tutto questo non succede più e, in realtà, i giovani annotatori nulla hanno da temere per le loro fatiche letterarie.

Non perché i Magistrati siano abili, oggi più di ieri, a celare il rovesciamento delle viscere. Non perché sappiano reprimere l’empito ad una cruenta soddisfazione. Non perché amino vendette fredde e contemplative.

No, nulla di tutto questo.

Gli è, piuttosto, che ai Magistrati delle nostre note non importa proprio nulla.

Freddi come divinità senza demiurgo, assisi sulle uraniche sfere, a loro neppur più vale rammentare l’esortazione che il mantovano fece, là dove si tormentano gli ignavi. Semplicemente, della nostra miseria a lor non tange.

Tutti, oramai, lo avvertiamo: la Dottrina non è in grado d’incidere quasi più sulla Giurisprudenza. Sono lontani i tempi in cui Aldo M. Sandulli scrisse (ma sarebbe meglio dire che inventò) le regole del procedimento, imponendole ai Giudici. È lontano il tempo dei Carnelutti, dei Betti, dei Rescigno.

Giurisprudenza e Dottrina stanno dentro ad un proprio separato cerchio. Ognuna delle due parla solo a se stessa e non conosce neppure la lingua dell’altra.

Se è Dottrina, vera, intendo. Perché, poi, c’è anche la “dottrina” che della Giurisprudenza fa un’ossequiente glossa e che, in realtà, serve a ben poco.

Perché si è arrivati a questo? Di chi è la colpa?

Dei presbiteri e anche dei monaci, temo.

La Dottrina, dagli anni ’70, ha preso derive strane. Prima ha abbandonato la sistematica, poi ha trascurato il testo, infine si è trasformata nella rappresentazione d’intenti, di gusti, di speranze ottative circa quel che il singolo dotto vorrebbe che il diritto fosse, ma che diritto poi non è. Il tutto accompagnato da neologismi, da frasi oscure, da concetti opachi. E, sì, non ci sono neppure più i Carnelutti, i Betti, i Rescigno.

La Giurisprudenza, invece, si è resa consapevole della violenza che ogni sentenza esprime, buona o brutta, giusta o sbagliata, che essa sia. Perché mai la Giurisprudenza dovrebbe ascoltare quei soloni? Il diritto è quello che pronuncia il Giudice e tale resta! Non sarà l’irrazionalità che riuscirà a infirmare la forza della decisione.

È così, Ivone. Né Tu né io avremo modo mai più di chiudere una difesa con quella Tua esortazione padovana.

Solo uno dei vizi umani, quell’umana Vanità che talora affligge anche gli umanissimi Magistrati, può farci sperare nel Bene affinché i nostri strali ancora possano qualcosa.

Francesco Volpe

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2019-02-26T18:02:33+00:00 26 febbraio, 2019|Approfondimenti|